Un viaggio tra cibo e letteratura

Il cibo e letteratura un primo capitolo
 

Dopo aver parlato di cinema, vino e poesia, ci occupiamo di cibo e letteratura: questa volta parliamo di alcune letture di sapore, che stuzzicano le papille gustative e saziano la fame di storie. La fantasiosa Giulia Bucelli ci fa viaggiare tra quei testi che fanno incontrare il mondo della cultura con quello del cibo.

Vediamo: da dove partire per un viaggio alla scoperta dello stretto legame fra cibo e grande letteratura? Decidiamo volutamente di non andare in ordine cronologico ma di procedere per affinità di sentimenti.

In questa prima puntata porteremo gli esempi di grandi autori come Giovanni Boccaccio, Henry Fielding e Banana Yoshimoto, diversissimi per epoca, mostrandovi come prima di ogni altra cosa il cibo letterario serva per parlare di amore.

Siete pronti? Allacciate le cinture: si parte!

Cibo e letteratura: il gesto d’amore più grande è nutrire la persona amata

Iniziamo il nostro viaggio da una novella contenuta nella sesta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, che ci insegna che uno dei più grandi gesti d’amore è nutrire la persona amata: quella di Chichibio cuoco. Vi ricordate la storia? Il cuoco Chichibio viene incaricato dal suo padrone di cucinare una gru, ma la sua innamorata Brunetta lo convince a darle una coscia. Al momento di servire la gru a tavola, il padrone si accorge della coscia mancante e, per giustificarne l’assenza, Chichibio si inventa che le gru hanno una sola zampa.

 

Decameron- Nutrire la persona amata

Il tema del cibo è ricorrente nel Decameron: è il complemento perfetto dell’eros e diventa quasi un antidoto alla peste. Come scrive Boccaccio: “erano alcuni li quali avvisavano che il viver moderatamente, e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente [la peste] resistere: e fatta lor brigata, da ogni lato separati viveano; e in quelle case ricogliendosi e rinchiudendosi dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando” (cit. da Decameron, Rizzoli, 2007).

Il cibo letterario che seduce

Non sorprende, quindi, che il cibo letterario sia spesso veicolo di erotismo. Si pensi alla raccolta di racconti-ricettario di Isabel Allende, Afrodita: il libro contiene uno splendido racconto-fantasticheria, racchiuso nel capitolo “Etichetta”, i cui protagonisti usano una squisita cena come preliminare del loro incontro amoroso.

Lo squisito cibo della tradizione culinaria bahiana si incarna nel corpo sensuale dell’insegnante di cucina Flor, protagonista di “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado, descritta con epiteti affettuosi legati al cibo dal marito Vadinho.
Amado scrive: “Appetitosa, com’era solito definirla Vadinho nei suoi rari momenti di tenerezza: rari ma indimenticabili. Era forse a causa dell’attività culinaria della moglie, che in quei momenti d’idillio Vadinho la chiamava il suo «manuè» di granturco fresco, il suo «acarajé profumato», e tali similitudini gastronomiche davano un’idea esatta del fascino sensuale e casalingo di dona Flor” (cit. da Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti, 2003).

La comunicazione amorosa passa attraverso il cibo, come accade anche in “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel: la storia d’amore tormentata e illecita fra i protagonisti Tita e Pedro è intervallata dalle ricette messicane preparate con maestria da lei, ricette che provocano eventi cruciali per lo svolgimento della trama del romanzo (e della loro relazione di coppia).

Toglietemi tutto, ma non il cibo!

Davanti a una pietanza prelibata viene fame persino agli innamorati infelici: pensate a “Tom Jones” di Henry Fielding che, pur essendo afflitto dalla mancanza della sua amata, non riesce a resistere a un piatto di uova e pancetta.

“Nelle persone di costituzione sana e robusta l’amore ha un effetto molto diverso da quello che produce negli esseri deboli della specie. In questi ultimi generalmente distrugge tutto quell’appetito che tende alla conservazione dell’individuo; ma nei primi, anche se li induce spesso a dimenticare e a trascurare il cibo, come tutto il resto, pure, mettete un bel cosciotto ben condito davanti a un amante affamato, e di rado egli rinuncerà a farsi onore. Così accadde nel nostro caso: infatti Jones aveva forse bisogno di qualcuno che gli ricordasse il cibo, e se fosse stato solo sarebbe andato ancor più lontano con lo stomaco vuoto; ma non appena si mise a sedere davanti alle uova con la pancetta, si accinse a divorarle” (cit. da Tom Jones, Rizzoli, 2011).

La cucina diventa amica e confidente segreta

Nella cucina e nel cibo ci si può rifugiare per cercare di colmare il proprio senso di vuoto (e di assenza di amore): pensiamo a “Kitchen” di Banana Yoshimoto, storia di una ragazza che resta sola in seguito alla morte della nonna e si rifugia nella stanza della casa che ama di più, la cucina. Ecco come la protagonista inizia a raccontare la propria storia:

La cucina il luogo dove rifugiarsi

 

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. (…) Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola” (cit. da Kitchen, Feltrinelli, 1991).

 

Voi come vivete il cibo? Lo usate per dimostrare amore, per sedurre, per consolarvi?
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Cosa abbiamo imparato:

  • Uno dei più grandi gesti d’amore che si possa compiere è nutrire l’amata/o: basti pensare a Chichibio cuoco, novella del Decamerone.
  • Anche nella letteratura eros e cibo vanno a braccetto, come possiamo vedere in Afrodita e in Dolce come il cioccolato.
  • Un piatto appetitoso fa tornare la fame anche agli innamorati infelici come Tom Jones.
  • Capita che il cibo e la cucina colmino il vuoto lasciato dall’assenza di qualcuno che ci è caro, come in Kitchen.
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